Lario e dintorni, cinque dolci tra leggenda e tradizione

Dalla miascia ai nocciolini, passando per la resta, il braschin e il masigott, il giro del Lario e dintorni in cinque prelibate dolcezze tradizionali
La cucina del Lario e delle valli è ricca e da leccarsi i baffi. Tra pizzocheri, toc, risotto al pesce persico, polenta e missultin, per non dimenticare la meraviglia e la varietà degli ottimi formaggi, ogni zona del lago e dintorni ama chiudere i propri pasti in dolcezza. Di tutte le specialità più golose, CiaoComo ne ha scelte cinque, ognuna di queste legata ad un territorio e ad una tradizione precisa, per rinnovare, ad ogni pasto, le dolci radici comasche.
El braschin de Garzen a l’è el püsee bun

Garzeno è il comune più popolato della Valle Albano e l’ultimo centro abitato che si incontra lungo la via che da Dongo sale al Passo di San Jorio, in passato importante direttrice di comunicazione tra la Lombardia, la Valle Mesolcina e il nord delle Alpi. Collocato in una posizione ben protetta dai venti che spirano sul Lario, è patria di una focaccia dolce, il braschin, chiamato così perché, anticamente, veniva cotto direttamente sulla brasca (brace) ricoperta di cenere del camino. Povero ma goloso, si prepara con un impasto lievitato due volte, che si scioglie in bocca, e l’aggiunta di uva passa, uvetta e frutta secca, che gli conferisce croccantezza.

Salendo a Garzeno merita una sosta il Museo della Fine della Guerra di Dongo. Il paese fu il luogo della cattura di Benito Mussolini e dei gerarchi della repubblica Sociale Italiana, che vennero portati nella sede comunale, Palazzo Manzi, per ufficializzare l’arresto. Solo pochi giorni prima, la Sala d’Oro, il salone d’onore di Palazzo Manzi, fu usata come camera ardente dei caduti partigiani. Il Palazzo fu quindi teatro di memorabili fatti storici e diviene oggi lo scenario ideale per la loro rievocazione museale con un viaggio virtuale e interattivo nei meandri di una della pagine più controverse della storia italiana.
Attraverso reperti, documenti e testimonianze, filmati inediti e coinvolgenti ricostruzioni, l’esposizione sollecita il pubblico a diventare protagonista del racconto. Apertura tutti i giorni, escluso il lunedì
La miascia dalle origini misteriose

Conosciuta anche come meascia oturta di paisan, sulla sua provenienza si è dibattuto a lungo. C’é chi dice sia nata a Mandello del Lario, chi a Bellagio, qualcun altro a Menaggio, toccando entrambi i rami del Lario, c’è chi la fa con il pane raffermo e chi invece con un impasto di farina bianca e farina gialla, a seconda di quello che avanzava nella padella di rame dove la si faceva cuocere, rigorosamente sulla brace. Diverse origini e diverse versioni, dunque, per questa torta della cucina povera, la cui ricetta è l’insieme di tutte quelle che vengono preparate nei forni di casa, nei panifici e nelle pasticcerie su e giù per il lago. Ottima per la prima colazione o una ricca merenda, ha ingredienti genuini e semplici, come frutta fresca e secca, uova e zucchero.

Tra le bellezze naturalistiche di Mandello del Lario, in località Acqua Bianca, c’è la Grotta Ferrera, cavità rocciosa attraversata da un ruscello e al cui interno è presente anche una cascata. La bellezza di questa grotta carsica ha ammaliato anche Leonardo Da Vinci che l’ha citata nel Codice Atlantico. Per arrivarci si parte dalla frazione di Rongio e si arriva in 30 minuti lungo il segnavia 14 o 18
Par la resca d’un pèss!

La storia della resta, dolce tipico della domenica delle Palme fatto con farina, acqua, burro, lievito naturale, uova, zucchero, frutta candita e/o secca e miele, comincia nei primi anni dell’Ottocento in una taverna nel quartiere di Sant’Agostino a Como, dove sorgono l’omonima chiesa, fondata nel 1300 da due frati eremitani e il borgo, costruito su un antico insediamento romano. Michele, proprietario dell’Osteria del Pescatore affacciata sul Lario, aveva l’abitudine di offrire ai propri clienti, nel giorno del suo onomastico, il pranzo, che chiudeva con un pandolce arricchito di canditi e uvetta. Un giorno però, durante la preparazione del dolce, il lievito fu aggiunto per errore in dosi eccessive, così che l’impasto cominciò a crescere a dismisura, traboccando dalla pentola. L’oste, allora, afferrò un bastoncino d’ulivo dalla legna destinata al fuoco e lo premette sull’impasto, perché non debordasse. Dopo che il bastoncino fu inglobato nella pasta, l’oste recuperò l’impasto traboccato e lo distese nella fessura lasciata dal bastoncino sprofondato, con un coltello appianò l’impasto e vi praticò una serie di incisioni trasversali. A cottura ultimata, il dolce presentava i segni della sua composizione: all’interno il bastoncino ed esternamente l’avvallamento centrale e la serie di incisioni provocate dal coltello. L’oste, vedendo il risultato, esclamò: “Par la resca d’un pèss!”.

Nella patria della resta c’è la chiesa di Sant’Agostino risalente alla seconda metà sec. XIV, un edificio a tre navate. In quella di sinistra si aprono sei cappelle di gusto rinascimentale e barocco. E’ arricchita di una semplice torre campanaria addossata alla sacrestia. Lungo il lato meridionale della chiesa si sviluppa ciò che rimane dei due chiostri. Anticamente davanti alla chiesa a livello dell’attuale piano stradale sorgeva un muro con una porta che conduceva al cimitero e al chiostro.
L’eleganza nascosta del masigott

Dolce tipico di Erba, il masigottdeve il suo nome alla leggenda per cui i dolci di fattura non eccellente erano riservati a persone goffe e malvestite, chiamate, in dialetto, i masigott. Dal momento della sua creazione ad oggi il masigott si è notevolmente arricchito e raffinato. Di forma ovale, compatto e consistente, presenta un colore marrone scuro, con tenui sfumature arancio. In epoca romana, durante il mese di ottobre, sulla piazza di Sant’Eufemia, dove sorge una delle chiese plebane più antiche del Triangolo Lariano, si svolgeva una festa di fine raccolto. Nel XVI secolo Carlo Borromeo trasformò la festa agricola in manifestazione religiosa. La terza domenica di ottobre, in concomitanza con l’antica festa di fine raccolto, divenne così il giorno dedicato alla celebrazione di Sant’Eufemia. Ancor oggi, questo dolce tradizionale costituisce il prodotto di spicco della festa di Sant’Eufemia, conosciuta anche come sagra dei Masigott. Il Masigott ha il sapore delle farine grezze e della frutta secca. L’odore, invece, richiama il profumo dei cereali tostati ed è intenso e delicato.

La romanica chiesa di sant’Eufemia di Incino d’Erba è una delle chiese plebane più antiche del Triangolo Lariano, della provincia di Como e dell’Arcidiocesi di Milano.
La pieve di Incino è una delle pievi più vaste ed antiche della zona (nel 1285 gli erano assegnate ben 61 chiese, la chiesa è posta sull’antico asse viario che congiungeva Aquileia Brescia, Bergamo, Como ed Ivrea menzionato anche nella Tavola Peutingeriana. All’interno un’opera pregevole è il grande Crocifisso ligneo del XVI secolo con dipinta la figura di Cristo, di stile giottesco. Nei riquadri, posti nei quattro punti terminali della Croce e venuti in luce solo durante il restauro del 1983, sono effigiati: a sinistra la Vergine Addolorata vestita di nero, a destra san Giovanni, in alto il Cristo Redentore che indica con la mano destra la S.S. Trinità e con la mano sinistra regge il mondo, in basso la coppa raccoglitrice del sangue di Cristo
I nocciolini di Canzo

Questi piccoli capolavori dolciari di colore beige hanno la forma di un emisfero di circa 2 cm di diametro e 1 cm di altezza, dalla superficie liscia, con un profumo e un sapore di nocciola capace di inebriare ogni palato. Inventati nel 1922 in un piccolo laboratorio artigianale e familiare di pasticceria situato a Canzo, un piccolo borgo immerso nella Val Ravella circondata dai monti Cornizzolo (Curnisciöö), Corni di Canzo (Còrni o Curunghèj), Barzaghino (Barzaghìn) e Scioscia (Sciòscia), i nocciolini furono poi esportati in tutta la Lombardia e vengono prodotti ancora oggi seguendo la ricetta originale, tramandata di generazione in generazione.

Se farete una gita a Canzo per provare i nocciolini, non potete non visitare il Sentiero dello Spirito del Bosco, specie se con voi ci sono bambini. È un percorso molto semplice, lungo circa 1,5 km, che porta da Prim’Alpe a Terz’Alpe. Nessun dislivello faticoso ma il tempo di percorrenza è molto variabile: numerose le sculture in legno intagliate da Alessandro Cortinovis, alcune delle quali sicuramente suggestive, e se ci si ferma ad osservarle tutte si può arrivare a passare fino ad un paio d’ore all’interno del bosco.
Alessia Roversi