La principessa che morì a Buchenwald. Racconto fotografico del monumento a Mafalda di Savoia

di Daniela Manili Pessina
Racconto per immagini e dettagli del monumento a Mafalda di Savoia sul lungolago a lei dedicato. Mafalda fu vittima del nazismo di Hitler, che attraverso l’inganno la chiamò al comando tedesco per una finta telefonata del marito e poi invece venne arrestata e deportata; a Como è stata eletta a simbolo e a memoria delle donne scomparse nei lager.

(Foto A: La parte frontale del monumento realizzato dallo scultore Massimo Clerici con l’iscrizione “dedicata” e alcuni simboli dell’infinito.)
Passeggiando per i giardini a lago di Como nella parte “lungolago Mafalda di Savoia” in una giornata di sole mi sono imbattuta in questa statua. Si tratta della scultura dedicata alla principessa, secondogenita del re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena di Montenegro, nata a Roma nel 1902. Conoscevo l’esistenza del Monumento che dà il nome a quel tratto del lungolago comasco, ma non mi ero mai soffermata a guardarne i dettagli. Complici le lunghe ombre invernali, la statua mi è apparsa “nuova” e soprattutto ho notato (non me ne ero mai accorta prima) l’incisione nella parte posteriore. Si tratta dell’inconfondibile scorcio delle baracche di un “lager” (in questo caso di Buchenwald) con una enorme ciminiera e una pesante cornice di filo spinato, quasi tridimensionale.

(Foto B: dettaglio del retro del monumento con incisa una vista del campo di concentramento di Buchenwald)

(Foto C: Il retro del monumento, reso più evidente dalle forti ombre con incisa una vista del campo di concentramento di Buchenwald)
Il monumento, realizzato dallo scultore Massimo Clerici nel 2002 a fianco del Monumento alla Resistenza Europea e poco distante dal Tempio Voltiano, ci narra, con i suoi dettagli, la sua drammatica fine, scelta a testimonianza e ricordo delle donne uccise nei lager. Nella parte frontale in basso a destra è riportata la scritta: “Dono della delegazione di Como istituto nazionale della guardia d’onore alle reali tombe del Pantheon”.
Nel riscoprire la sua storia sono mossa da un grande interesse nel collegare i luoghi e le storie. In particolare quella della madre la Regina Elena e della nonna la Regina Margherita (delle quali ho riscoperto alcuni luoghi e memorie nel Ponente Ligure). La principessa Mafalda accompagnò durante la Prima guerra mondiale la madre nelle frequenti visite ai soldati e agli ospedali, entrambe erano mosse da spirito caritatevole e lo dimostrarono in molti episodi della loro vita.

(Foto D-E: Un dettaglio del viso della collana, dei bracciali e dell’abito con strascico riccamente decorato realizzati dallo scultore Massimo Clerici)
Mafalda sposò a Racconigi Filippo d’Assia, principe tedesco, e capo della casa d’Assia-Kassel. I coniugi ricevettero in dono per le nozze dal re, Vittorio Emanuele III, un casale romano sito nella zona dei Parioli, vicino a Villa Savoia, al quale venne dato il nome di Villa Polissena. L’unione fu felice ed ebbero quattro figli. Il marito si impegnò, dal 1930 in poi, fra le fila del Partito Nazionalsocialista Tedesco. Fu una delle persone di rilievo al fianco di Hitler e collaborò a portare avanti le relazioni diplomatiche tra Germania e Italia. La principessa Mafalda nel frattempo cresceva in Italia i suoi quattro figli, nulla le accadde fino all’armistizio dell’8 settembre 1943 quando i tedeschi organizzarono l’arresto di tutti i regnanti. Badoglio e il re fuggirono al Sud, ma Mafalda, che si trovava a Sofia per assistere la sorella, non fu messa al corrente dei pericoli. Dopo varie difficoltà occorse nel suo viaggio di ritorno, riuscì a raggiungere Roma per ricongiungersi con tre dei suoi figli che nel frattempo erano stati affidati a monsignor Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, nel proprio appartamento in Vaticano.
Fece appena in tempo a rivederli: venne infatti chiamata già la mattina dopo al comando tedesco con la scusa di una telefonata del marito. Si trattava invece di un tranello, Filippo era già stato internato nel campo di concentramento di Flossenbürg. La principessa venne arrestata e deportata nel Lager di Buchenwald, dove venne rinchiusa nella baracca n. 15 sotto falso nome; nonostante fosse sottoposta a un regime molto duro, non appena poteva divideva il suo poco cibo e solidarizzava con i bisognosi del campo con i quali entrava in contatto. Nell’agosto del 1944 gli anglo-americani bombardarono il lager: la baracca in cui era prigioniera fu distrutta, lei riportò gravi ustioni e contusioni su tutto il corpo. Dopo quattro giorni di tormenti, a causa delle piaghe non curate e della cancrena, le venne amputato un braccio, morì tra atroci sofferenze il 28 agosto 1944.

(Foto F: L’incisione “N° 262 donna sconosciuta” il “nome” riportato sulla bara di Mafalda di Savoia quando venne seppellita in una fossa comune a Buchenwald)
Il suo corpo, grazie al prete del campo, non venne cremato, ma messo in una cassa di legno, sepolta sotto la dicitura: “N° 262 donna sconosciuta”, dettaglio riportato anche nella scultura. Trascorsero alcuni mesi e sette marinai italiani, reduci dai lager nazisti, trovarono la bara della principessa martire e posero una lapide identificativa. Il corpo della principessa venne poi trasferito nel piccolo cimitero degli Assia nel castello di Kronberg in Taunus a Francoforte-Höchst, frazione di Francoforte sul Meno, dove ora riposa.
I dettagli del volto, dei gioielli, la regalità dell’abito contrastano drammaticamente con il modellato del filo spinato, delle citazioni che ci restituiscono la memoria dell’evento e dello scorcio prospettico delle capanne del campo di concentramento. Ecco il mio piccolo contributo personale alla Giornata della Memoria 2021. Un tentativo, il mio, di guardare alle testimonianze del passato – davanti alle quali passeggiamo distratti tutti i giorni – con sguardo attento, orientato a coglierne i particolari e le piccole e grandi storie.
Di Massimo Clerici, nato a Pognana Lario nel 1945, erede di una famiglia di scultori, si ricordano anche “Le mani” in viale Tokamachi (zona stazione di Como-San Giovanni) e il monumento in marmo bianco dedicato al compositore Vincenzo Bellini a Moltrasio.
Visiolario per Ciao Como
Foto Daniela Manili Pessina